ESCLUSIVA TSD - Massimo Paci: "A Montegiorgio il segreto è l'entusiasmo. Giampaolo il mio maestro. Vi racconto di Zeman, Quagliarella e Pepito Rossi..."

12.04.2019 18:30 di Gianmarco Minossi   Vedi letture
ESCLUSIVA TSD - Massimo Paci: "A Montegiorgio il segreto è l'entusiasmo. Giampaolo il mio maestro. Vi racconto di Zeman, Quagliarella e Pepito Rossi..."

216 presenze condite da 12 reti in Serie A: questo recita lo score di Massimo Paci, oggi tecnico del Montegiorgio. Una squadra di un piccolo paese portata per la prima volta nella sua storia in Serie D e condotta ad una tranquilla salvezza, grazie anche a prestazioni encomiabili, come il pareggio in casa della capolista Cesena. L'ex difensore, in esclusiva ai microfoni di TuttoSerieD, ha ripercorso la sua carriera, cominciata tra mille difficoltà, ma proseguita con il conseguimento di grandi traguardi, grazie ad un'invidiabile forza di volontà. Questa è la storia di Massimo Paci, uno che con un'infinita determinazione è riuscito a sfondare nel calcio che conta: con qualche aneddoto su Ancelotti, Zeman, Quagliarella e Giuseppe Rossi...

Partiamo dall’ultima giornata: a Cesena avete compiuto un’autentica impresa contro la capolista, un risultato inimmaginabile alla vigilia considerata la storia e il blasone differenti delle due squadre. Come ha preparato la partita per conseguire un traguardo così importante contro la squadra più forte del girone?

“Più che la preparazione della singola partita si tratta di un percorso che hanno fatto i ragazzi dall’inizio della stagione: un percorso fatto di sacrifici e di cultura del lavoro, soprattutto di squadra, che in partite così importanti ti porta a dare tutto in maniera condivisa.  Non è un percorso di una settimana che può motivare così tanto i ragazzi da pareggiare contro una squadra che vale dieci volte la nostra”

La squadra ha disputato un ottimo campionato, raggiungendo una tranquilla salvezza. Quali segreti ci sono dietro al vostro rendimento stagionale?

“Le chiavi del successo di questa stagione sono sicuramente il sacrificio e il lavoro di squadra: queste sono le componenti che ci hanno fatto fare una grande stagione. Dal punto di vista tecnico e tattico c’è tanto lavoro dietro, spesso rivediamo tutti i nostri allenamenti, ma la chiave di tutto rimane il sacrificio, una cosa di cui i ragazzi si sono convinti col passare del tempo e il lavoro di squadra, senza il quale niente sarebbe stato possibile.”

Come si fa a portare una piccola realtà regionale come il Montegiorgio dalla Promozione alla Serie D fino ad una più che dignitosa posizione di classifica, superando squadre che nel panorama calcistico italiano hanno anche vissuto il calcio in categorie più alte?

“Sicuramente tutto è partito dal mio entusiasmo quando sono stato chiamato dal Montegiorgio, una squadra che ho preso in Eccellenza e ho portato in Serie D; tutto è partito da quell’entusiasmo di accettare questa nuova avventura. Appena ho appeso gli scarpini al chiodo avevo già in mente di fare l’allenatore e quando mi è stata proposta una squadra anche di una non altissima categoria sono stato subito molto felice, perché avrei potuto fare la gavetta, cosa in cui credo tantissimo, quindi il mio entusiasmo ha contagiato tutto l’ambiente. Quando sono arrivato a Montegiorgio c’era molto poco: non c’era la palestra, non c’era materiale, c’era veramente poco, ma si sono create le basi per un successo duraturo, perché credo che la mia passione abbia poi influenzato tutte le persone che sono dietro al club.”

Facciamo ora un tuffo nel passato, agli esordi di Massimo Paci da calciatore: il debutto avviene con la maglia dell’Ancona allenata dal compianto Franco Scoglio nel 1997, in Serie B, dopo aver compiuto la trafila nel settore giovanile dorico. Che ricordi ha di quell'esperienza?

“All’epoca giocavo nella Primavera e il giovedì stavamo affrontando la prima squadra in amichevole, quando il mister mi convocò e mi fece debuttare titolare in prima squadra già la domenica successiva, a Verona: in pochi giorni mi sono trovato catapultato tra i grandi, motivo per cui oggi devo ringraziare Scoglio, che non c’è più”

Nell’estate del 1998 arriva la grande chiamata della Juventus, campione d’Italia in carica e reduce da tre finali consecutive di Champions League: un’avventura che purtroppo non è mai decollata, a causa di un severo malanno fisico.

“Mi ammalai a causa di una brutta infezione ai reni e dovetti stare due mesi in ospedale: da lì iniziò il mio calvario, che durò circa due anni. Alla Juventus feci qualche panchina, ma a causa di questo brutto malanno non sono riuscito mai a giocare, perché avevo addirittura le gambe paralizzate e temevo che non avrei più potuto giocare a calcio, ma poi fortunatamente sono riuscito a ristabilirmi fisicamente e ho iniziato la scalata verso la Serie A, che è passata per un anno di Serie C e due di Serie B, fino alla chiamata del Lecce in massima serie. Questa storia me la porto dietro, perché in breve tempo mi sono trovato dal paradiso all’inferno e tornare in paradiso è stata durissima, ma mi ha anche formato come uomo e devo dire che il fatto di essere riuscito ad andare in Serie A dai bassifondi è qualcosa di cui vado fiero, perché credo che è una cosa in cui pochi riescono.”

Nel suo anno in bianconero si è tolto comunque la soddisfazione di allenarsi sotto la guida di due maestri come Marcello Lippi e Carlo Ancelotti, oltre che insieme a vari campioni tra cui Del Piero, Zidane, Henry e Inzaghi, solo per citarne alcuni: che ricordi ha di quell’esperienza e quali sono gli insegnamenti che si è portato da quella stagione a Torino per il prosieguo della sua carriera?

“Ricordo con piacere Ancelotti, che a livello morale si vedeva che aveva qualcosa in più rispetto ad altre persone e non parlo di lui in qualità di allenatore, ma proprio come spessore umano; aveva caratteristiche che ho riscontrato in poche persone col passare degli anni, poi ricordo gli esempi di leadership di Paolo Montero, di Del Piero e l’umiltà di Zinedine Zidane. Allenarmi al fianco di questi campioni è stato molto formativo, perché dietro a un grande campione c’è un grande uomo: difficilmente uno diventa un campione se dietro non c’è una grande persona. Ho fatto questi tre esempi perché sono quelli che mi hanno colpito più di tutti.”

Dopo la Juventus seguono anni spesi tra Serie C e B, tra Ancona, Viterbese e Ternana: come si riesce a ripartire dal calcio minore dopo aver quasi toccato il cielo con un dito in una squadra annoverata tra le migliori al mondo?

“Sicuramente con il carattere, cosa di cui devo ringraziare i miei genitori. Il mio carattere mi ha portato a rimboccarmi le maniche e ad avere in mente un solo obiettivo: quello di tornare in Serie A e ci sono riuscito, ma alla base di tutto c’era una forte determinazione. Crederci sempre e comunque, nonostante tutte le difficoltà, mi ha portato ad allenarmi come un forsennato per riuscire a tornare in alto, con carattere, obiettivo, perseveranza e dedizione al lavoro, perché alla fine quello che ti riporta su è la voglia di migliorarti allenamento dopo allenamento. Quando giocavo in Serie C non ero ancora all’altezza della Serie A, però arrivavo al campo sempre un’ora prima e me ne andavo sempre un’ora dopo, litigavo perfino con il custode, che voleva che me ne andassi all’orario prestabilito, ma io rimanevo sempre per migliorare le mie lacune. Partita dopo partita, la mia voglia mi ha portato a migliorarmi e con gli anni sono riuscito a dimostrare che ero all’altezza della Serie A. Quindi posso racchiudere tutto in una parola: volontà, che è diversa dal dovere ed è quello che cerco di insegnare oggi ai miei ragazzi. Finché siamo uniti dal fatto di dover per forza raggiungere qualcosa, non ce la faremo mai, ma quando vogliamo veramente arrivare all’obiettivo, è impossibile non raggiungerlo."

Nella stagione 2004-2005 riesce finalmente ad esordire in Serie A con il Lecce, raggiungendo la salvezza: ci racconta le emozioni vissute al debutto nella massima serie e quelle dopo aver realizzato il primo gol?

“Innanzitutto a Lecce ho avuto un grande maestro come Zeman, che mi ha insegnato dei princìpi del calcio che tutt’ora mi porto dietro come allenatore. L’emozione ovviamente è stata grande, perché avevo finalmente riacciuffato quello che la malattia mi aveva tolto e ho preso l’esperienza salentina come un punto di partenza, perché avevo ancora tanti anni da spendere ad alti livelli, quindi la mia mente era sempre verso il miglioramento. Purtroppo arriva un momento della carriera in cui fatichi a migliorare, perché il talento va gradualmente esaurendosi e da lì inizia il declino della carriera.”

Ha appena accennato a Zeman, ma quello era un gruppo pieno di talenti che avrebbero in seguito fatto la fortuna di grandi squadre, come Vucinic, Cassetti e Tonetto. Quanto è stato importante il tecnico boemo nella sua crescita professionale e quale giocatore la impressionò maggiormente?

“Dal punto di vista del gioco Zeman è un maestro, mentre per quanto riguarda la fase difensiva da lui ho imparato poco, perché i suoi princìpi della difesa sono molto difficili da applicare; nella fase di possesso palla ho invece appreso tantissimo, tant’è che oggi cerco di insegnarla ai miei ragazzi. Se devo fare un nome invece dico Mirko Vucinic, perché aveva un talento fuori dalla norma.”

Nell’estate del 2005 viene tesserato dal Genoa, neopromosso in Serie A: la sua avventura in rossoblù però finì ancora prima di cominciare, a causa del cosiddetto “Caso Genoa”, la cui sentenza retrocesse i liguri in Serie C1. Come fu vivere il ritiro precampionato in mezzo a così tante vicissitudini extracalcistiche senza avere la certezza del torneo in cui si sarebbe giocato?

“E’ stato un periodo molto difficile, perché ogni giorno arrivavano notizie sconfortanti, anche se ebbi la fortuna di conoscere Guidolin, che ho ritrovato poi a Parma, quindi in mezzo a tante difficoltà ho conosciuto un grande allenatore. In quei giorni lì c’era molta confusione e sfiducia, perché si sapeva che prima o poi il Genoa sarebbe stato retrocesso in Serie C.”

La stessa estate viene quindi ceduto in prestito all'Ascoli, una delle squadre che, ironia della sorte, beneficiò della sentenza del “Caso Genoa”, venendo ammesso dalla Serie B alla A; se a Lecce aveva vissuto un campionato tra le seconde linee, nei bianconeri fu invece il perno della difesa, formando con Mirko Cudini una coppia tutta marchigiana e affiatata, che contribuì alla salvezza del club. In quella squadra militavano giocatori esperti come Marco Ferrante e giovani di belle prospettive, tra cui un certo Fabio Quagliarella: che ricordi si porta di quella stagione?

“All’Ascoli ho vissuto una delle stagioni più importanti della mia carriera per due motivi: il primo è perché sono da sempre tifoso dell’Ascoli e giocare per una squadra che tifi è una grande fortuna, il secondo è invece dovuto al fatto di aver incontrato Marco Giampaolo, che è stato il mio maestro. Dopo averlo conosciuto il mio modo di intendere il calcio è totalmente cambiato, sia a livello tattico che fisico; oggi gran parte della mia ispirazione viene da lui, quindi quell’anno è stato fondamentale per la mia crescita, sia come calciatore che come allenatore.”

E’ sorpreso dall’attuale rendimento del suo ex compagno di squadra Fabio Quagliarella, che, a 36 anni, gioca ancora con il talento di un giovane campione? Si intravedeva già un futuro prospero per lui ai tempi dell’Ascoli?

“La forza di Fabio era quella di farsi scivolare tutto addosso: quella non fu una stagione scintillante per lui, ma fatta di alti e bassi. Però ricordo che nei momenti difficili si faceva scivolare tutto addosso, non sentiva né i fischi del pubblico, né le critiche e questa cosa per un attaccante è fondamentale, perché se riesci ad avere questo sangue freddo e a continuare a provarci, prima o poi il gol arriva. Fabio è dotato di grandissimo talento e una volta che sei convinto e non hai paura di sbagliare, l’equazione è vincente.”

Dopo tante squadre cambiate, nel 2006 avviene il passaggio al Parma, dove ha trascorso 5 stagioni e a cui probabilmente è rimasto più legato; nel primo anno ha anche avuto modo di esordire in Coppa UEFA, per poi raggiungere una miracolosa salvezza grazie all’avvicendamento in panchina di Ranieri al posto di Pioli. Ci può raccontare qualcosa di quell’annata?

“A Parma sono ancora molto legato, sia alla squadra che alla città e ne ho ricordi indelebili. La prima stagione ho avuto modo di esordire subito in Coppa UEFA e ho avuto la fortuna di conoscere Claudio Ranieri, che è un grande allenatore. Partimmo male, ma riuscimmo a salvarci con una grande rincorsa.”

In quel Parma nella seconda parte di stagione giocava anche un certo Giuseppe Rossi, che con i suoi gol ha contribuito notevolmente alla salvezza della squadra: la sua carriera è stata segnata da diversi gravi infortuni, che ricordi ha di questo ragazzo e quanto ha perso il calcio italiano con questo talento offuscato da cotanti malanni fisici?

“Secondo me il calcio italiano ha perso tantissimo: più che per le doti tecniche, ricordo Giuseppe per la sua mentalità, in particolare per il fatto che si allenava con sei tacchetti, perché aveva paura che allenandosi con tredici la domenica successiva non si trovasse a suo agio, quindi questo esempio fa capire quanta mentalità avesse Giuseppe Rossi già allora. Era un ragazzo che voleva segnare a tutti costi e si allenava come un matto, tanto che ogni allenamento era per lui una finale di Coppa dei Campioni.”

Le ultime due stagioni in Serie A le ha invece vissute con le maglie di Novara e Siena, entrambe culminate con le retrocessioni nel 2012 e nel 2013: cosa non ha funzionato in quelle annate?

“Il Novara era una squadra che in due anni era passata dalla Serie C alla A, quindi a livello organizzativo ancora non erano pronti ad affrontare un torneo così impegnativo. Però si intravedeva che era una società composta da un grande presidente e da persone importanti. A Siena partimmo con diversi punti di penalizzazione, senza i quali la squadra si sarebbe salvata, quindi è una retrocessione che non sento; fummo penalizzati per motivi economici e quella fu la chiave in negativo, però ho dei grandissimi ricordi, perché ho incontrato Serse Cosmi e Beppe Iachini, che sono due grandi allenatori.”

Nel Novara ha avuto il privilegio di essere allenato dal compianto Emiliano Mondonico, che all’epoca stava ancora combattendo quella malattia che purtroppo l’anno scorso ce lo ha portato via: che ricordi ha del mister come allenatore e come persona?

“Era un allenatore dalla grande personalità, una persona di uno spessore umano incredibile.”

Arriviamo al finale della sua carriera da calciatore, spesa tra Serie B e Lega Pro con le maglie di Brescia e Pisa: aveva già pensato di intraprendere la carriera da allenatore?

“In realtà cominciai a pensarci già a Siena, iniziando a prendere appunti su come si gestissero gli allenamenti; già gli ultimi quattro anni di carriera avevo in mente che avrei fatto l’allenatore. Ho scelto Brescia perché c’era Marco Giampaolo e fu una decisione maturata a causa della sua presenza. Nel Pisa c’era un progetto importante, anche se poi non siamo riusciti a vincere il campionato, ma resta comunque una stagione positiva.”

Lei in carriera ha avuto sei grandi maestri: Scoglio, Zeman, Giampaolo, Ranieri, Guidolin e Mondonico, tutti tecnici con caratteristiche diverse: a chi è rimasto più legato e da chi invece ha cercato di “rubare” qualcosa per la sua carriera da allenatore?

“Posso fare tre nomi: Marco Giampaolo, Francesco Guidolin e Claudio Ranieri. Giampaolo dal punto di vista tecnico-tattico, Guidolin dal punto di vista motivazionale e Ranieri dal punto di vista gestionale.”

Qual è la stata la gioia più grande nella carriera di Massimo Paci? E il rimpianto maggiore?

“Le gioie più grandi sono state all’Ascoli, con il gol realizzato nella vittoria per 3-2 contro la Roma, nella stagione 2005-2006, assieme alla doppietta che feci al Chievo. Ci metto anche l’esordio in Coppa UEFA con il Parma. Il rimpianto maggiore è stato quello della retrocessione con i ducali all’ultima giornata nel 2007-2008, una partita dove sia noi che l'Inter avevamo forti motivazioni: se avessimo vinto ci saremmo salvati, se avessero invece vinto loro si sarebbero laureati campioni d’Italia. Ricordo che avevamo avuto tre palle gol per passare in vantaggio, che purtroppo non concretizzammo; poi entrò Ibrahimovic che con la sua doppietta ci affosso’. Se avessimo segnato per primi la partita avrebbe preso un’altra piega e ad oggi quello rimane il mio più grande rimpianto.”