ESCLUSIVA TSD - Franca: "La malattia, la fede in Dio, il rapporto con il gol. Vi racconto la mia vita e vi dico chi è il mio erede"

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08.04.2019 20:00 di Gabriele Rocchi   Vedi letture
ESCLUSIVA TSD - Franca: "La malattia, la fede in Dio, il rapporto con il gol. Vi racconto la mia vita e vi dico chi è il mio erede"

Ha parlato in eslcusiva ai nostri microfoni Carlos Franca, giocatore classe 1980 attualmente in forza al Potenza. L'attaccante brasiliano ha deciso di ripercorrere tutta la sua carriera, partendo dalle giovanili in Brasile fino ad arrivare al sogno Europeo, passando per l'esperienza in America. A condizionarlo una grave malattia, un tumore alla schiena da cui è uscito con forza, determinazione e soprattutto una grande consapevolezza: proprio dai momenti bui si può trovare la forza per fare qualcosa di grande. Determinante il rapporto con la religione, vera fonte di ispirazione nella vita, così come quello con sua moglie. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.

Buongiorno Carlos, iniziamo subito parlando di numeri. Hai fatto più di 200 gol in Italia, negli ultimi 4 anni sei stato sempre capocannoniere in Serie D. Possiamo dire che sei una vera e propria istituzione per la quarta serie? Qual è il tuo segreto?

Guarda, sinceramente non ho un segreto in particolare. Posso dire che in questi anni ho sempre trovato allenatori che hanno creduto in me e compagni di squadra che mi hanno aiutato a raggiungere questi numeri, mettendomi nelle condizioni di poter fare bene quello che so fare. Non la chiamo nemmeno fortuna, posso dire di avere ricevuto una benedizione. 

Tra i tanti allenatori che hai incontrato in carriera, chi pensi che sia riuscito a trasmetterti qualcosa in più degli altri?

Sicuramente l’allenatore che più mi è rimasto nel cuore è stato Costanzo Celestini, il primo che ho incontrato in Italia. È stato un vero e proprio maestro, mi ha aiutato tanto, ed è lui che ha avuto il merito di spostarmi di ruolo. Ho iniziato, infatti, come terzino sinistro e prima di andare a giocare in America mi hanno provato addirittura come esterno alto. Una volta rientrato qui, dato che Celestini usava il 3-4-3, mi ha schierato nella posizione attuale, ho fatto 52 gol e da quel momento è iniziato il mio percorso da attaccante.

Ecco, mi hai parlato di America. Ci puoi raccontare la storia che ti ha portato a giocare negli States? E soprattutto, perché poi hai deciso di tornare nel nostro Paese?

Io in quegli anni avevo ripreso ad allenarmi e dato che mio cognato, Cassiano Bodini, giocava nell’Entella, avevo chiesto alla società di poter stare con loro. Proprio in quei mesi mi ha contattato la Caperanese, che stava provando a salvarsi in Eccellenza, con cui purtroppo sono riuscito a giocare solo 6 partite a causa di ritardi nell’arrivo del transfer. Ho deciso allora di andare a giocare nella seconda squadra del Chicago Fire, in PDL, e per questo ringrazio anche la mia fidanzata, attualmente mia moglie: abitava in America e aveva contatti nel mondo del calcio. Ho provato addirittura l’esperienza del calcio Indoor con il Chicago Storm, ma la squadra venne presto smantellata per decisione del proprietario, un imprenditore edile che evidentemente aveva subito gli effetti della crisi immobiliare in America. Rimasto svincolato, gli ex dirigenti dell’Entella, che nel frattempo erano passati alla Caperanese, mi hanno chiamato e ho deciso di tornare.

Quello americano, in ogni caso, non è un campionato completamente diverso da quello italiano? Soprattutto in termini di competitività.

Assolutamente si, poi il torneo in cui giocavo durava solo 4 mesi ed era composto dalle seconde squadre delle società più importanti ma anche da dilettanti. Potrei definirla quasi un’Under-23, in cui solo io ero quello più grande.

Voglio fare, però, un passo indietro e tornare ai primissimi anni della tua carriera. Hai giocato nelle giovanili di alcune grandi squadre brasiliane, quali erano allora le tue ambizioni?

Prima di tutto colgo l’occasione per smentire alcune cose che leggo in giro. Non ho mai giocato nel Corinthians. Ho fatto due anni al Guarani, che aveva uno dei settori giovanili più importanti in Brasile. Poi sono passato al San Paolo e dal 1994 al 2001 sono stato al Santos, con cui nel ’99 ho firmato il mio primo contratto da professionista. Il mio sogno era di esordire con loro, è una società in cui sono passati grandi campioni e che negli anni è diventata la mia squadra del cuore. Purtroppo questa speranza non si è mai concretizzata. In Brasile ho fatto anche dei campionati di B molto importanti, sfiorando la promozione nella massima serie, prima di provare ad inseguire il sogno Europeo.

Quindi confermi che per voi Sud Americani l’Europa viene vista come uno dei più grandi traguardi da raggiungere?

Assolutamente si. Noi in TV vediamo spesso i campionati europei, anche per una questione di fuso orario. Spesso capitava che di mattina vedessi le partite di Inter o Milan. in Brasile ci sono tantissimi tifosi delle squadre italiane. Qui mi sento a casa, l’Italia rappresenta molto per me. Sto già progettando qualcosa per quando smetterò, e voglio farlo in questo Paese.

Ovvero? Che idee hai per il futuro?

Intanto spero di poter giocare almeno un altro anno, magari anche qualcosa in più. Poi sto per lanciare un nuovo marchio, a breve uscirà anche il sito. Spero di riuscire a fare della mia passione una professione. Voglio investire sulle persone, sui ragazzi e sulla loro crescita personale. Bisogna puntare sullo sviluppo del carattere in modo che siano autori in prima persona delle loro storie. Punterò a condividere la mia esperienza calcistica ma anche quella religiosa.

Hai nominato la religione. So che sei un Atleta di Cristo. Puoi spiegare bene cosa vuol dire e cosa significa per te appartenere a questo movimento?  Quali sono state le tappe del tuo forte avvicinamento alla fede?

Su questa andiamo per le lunghe (ride). Gli Atleti di Cristo sono un’associazione fondata anni fa in Brasile e portata in Italia da Marco Aurelio e Zé Maria, l’ex terzino dell’Inter. Lo scopo è quello di portare il nome di Gesù e proclamare la fede Cristiana attraverso lo sport, utilizzandolo come strumento per far avvicinare la gente alla religione. La mia vita, invece, è cambiata a partire dal 2006, quando ho avuto il tumore alla schiena. Da quel momento ho iniziato ad avere con il Signore un rapporto molto forte, prima ero credente “a modo mio”. Camilla, mia moglie, mi aveva parlato spesso di questo amore che prova verso Gesù e della forza che trova in Lui. Non le credevo molto. È stato quando ho capito di non poter far più nulla che mi sono rivolto al Signore. Mi ha aiutato davvero tanto e mi ha cambiato in ogni aspetto. Scherzando, dico che mi ha trovato anche un nuovo ruolo in campo.

In quei momenti quindi hai pensato al peggio? C’era il rischio concreto di non poter più tornare a giocare?

Si, il primo pensiero è stato quello di mollare tutto. Avevo paura, mi chiedevo perché mi stessero succedendo tutte quelle cose dopo tanti sacrifici. Non riuscivo a spiegarmi perché proprio a me. Ero lontano dal mio Paese per rincorrere un sogno e fino a quel momento stava andando tutto per il meglio. Tra l’altro era un tumore alla colonna vertebrale abbastanza raro, nessun medico mi ha mai assicurato di poter tornare a giocare. Ero sotto un treno.

Parliamo degli ultimi anni di carriera. Sei passato anche a Trieste, sicuramente una delle piazze storiche del calcio italiano. Che esperienza è stata?

La Triestina è sicuramente la società più importante con cui ho giocato qui in Italia, hanno fatto tanti anni di Serie A e, nonostante sia stato con loro solo per un anno, mi è sembrato di conoscerli da una vita. Trieste poi è una bellissima città, con una storia incredibile, mi sono trovato benissimo. Poi bisogna ricordare che in quella stagione abbiamo vinto i playoff e conquistato una promozione, che è stata davvero una grande soddisfazione. Da quel momento la squadra ha un tifoso in più.

Però spiegami una cosa. Più volte sei stato vicino al professionismo, in alcuni casi lo hai addirittura conquistato sul campo. Perché poi sei sempre tornato nei dilettanti? Per te non era un sogno giocare tra “i grandi”?

Si è vero, con la Triestina di fatto avevo raggiunto questo traguardo ma anche in altri casi ci sono andato vicino. Ad esempio dopo l’ottima stagione a Rapallo, il mister Marco Sesia ha cercato di portarmi con lui nella sua nuova esperienza a Barletta, chiamandomi sia a inizio anno che a dicembre. Io in quel momento ero a Cuneo e, nonostante mi stessi trovando bene, avevo intenzione di seguirlo. Ti confesso che con mia moglie ci siamo messi in preghiera per capire se fosse anche la volontà di Dio. Non ci sentivamo sereni nell’affrontare questo cambiamento e non lo abbiamo fatto, il Barletta poco dopo è fallito. Negli anni in cui ero a Lecco ho avuto anche l’occasione di andare a Piacenza, siamo stati molto vicini. Anche in quel caso è saltata per ragionamenti personali, perché se non sento una certa pace nel cuore preferisco non cambiare o addirittura stare fermo un anno.

Ti chiedo una battuta anche sul Lecco. Da ex, come commenti la recente promozione in Serie C? Hanno raggiunto un grande traguardo.

Sono davvero contentissimo. Anche io insieme a loro avevo conquistato la promozione perché quell’anno due squadre avevano rinunciato ad iscriversi e noi, con 80 punti in classifica e la vittoria dei playoff, eravamo primi in graduatoria. Peccato che per problemi societari la squadra poi non si è iscritta in serie C. Vedere la società raggiungere di nuovo questo grande traguardo mi riempie di gioia, per quanto mi riguarda si è creato un feeling particolare con la città e i tifosi. È una piazza molto calda, come quelle del sud.

A Potenza invece state facendo delle stagioni fantastiche. L’anno scorso avete ottenuto la promozione con un primato nel girone meritatissimo, in Serie C state stupendo tutti e vi state affermando sempre più in zona playoff. Avete trovato una coesione particolare?

Quest’anno stiamo facendo bene, forse anche qualcosa in più di quello che la gente si sarebbe aspettata, ma al quinto posto ci abbiamo creduto sin dall’inizio. Abbiamo davvero un grande gruppo, siamo entusiasti e lo stesso presidente ci trasmette la giusta carica. Con lui, tra l’altro, già l’anno scorso c’era l’accordo per il rinnovo. Grandi meriti vanno dati anche al nuovo mister che, nonostante sia arrivato in corsa, è riuscito a dare quel qualcosa in più ad una squadra che non riusciva a spiccare il volo. 

Finalmente anche tu hai coronato il sogno di salire di categoria. Hai trovato differenze particolari rispetto alla serie D?

Guarda, la differenza più grande l’ho notata nell’organizzazione delle squadre. Certamente anche la velocità del gioco e il tasso tecnico dei giocatori sono diversi, ma in questo senso non ho sofferto troppo il passaggio di categoria. In generale c’è una velocità di lettura delle situazioni diversa, dovuta anche al fatto che ci sono meno giovani in campo rispetto alla D.

Puoi darci un tuo parere proprio sulla regola dei giovani nella quarta serie? Non pare che sia molto apprezzata.

Probabilmente la mia opinione sarà simile alle altre. Io sono dell’idea che quando un giocatore è bravo deve giocare, a prescindere dall’età. Anche perché questa “costrizione” a scendere in campo può essere contro produttiva. Statisticamente sono in pochissimi che raggiungono il professionismo e una volta diventati fuori quota molti lasciano o vanno a giocare in categorie minori.

So che probabilmente non vorrai sbilanciarti, ma voglio farti ragionare su un dato. L’anno scorso il Cosenza, arrivando 5° nel girone, ha vinto i Playoff ed ha conquistato la cadetteria. La vostra situazione non è troppo diversa, nello spogliatoio non parlate mai di una possibile impresa? In fondo siete li, sarebbe qualcosa di storico.

Noi cercheremo di dare tutto il possibile, non abbiamo grandi pressioni per andare in Serie B e ci giocheremo le prossime gare serenamente. Siamo carichi.

In conclusione. Guardando al passato e a quello che è stata la tua carriera, non hai nessun rimpianto?

No, assolutamente. Io sono contento per quello che ho fatto e mi sento benedetto per avere avuto una seconda chance per poter tornare a giocare a calcio dopo la malattia. Sono sereno e ogni giorno ringrazio il Signore che mi permette di scendere in campo.

Detto che sei uno dei personaggi che hanno fatto la storia della Serie D, nel corso della carriera sei riuscito ad individuare qualcuno che un giorno possa raccogliere la tua eredità?

Guarda, ci sono tanti giocatori che hanno grandi qualità e fanno tanti gol, per me è difficile individuarne uno in particolare. Chi sta facendo bene adesso deve solo cercare di trovare la continuità negli anni, che è la cosa più importante per un calciatore.