ESCLUSIVA TSD - Cascione: "Alla Reggina qualcuno si è comportato male. In Inghilterra esperienza fantastica, a Forlì c'è la giusta mentalità. Un giorno spero di poter fare l'allenatore”

10.05.2019 19:30 di Gabriele Rocchi   Vedi letture
ESCLUSIVA TSD - Cascione: "Alla Reggina qualcuno si è comportato male. In Inghilterra esperienza fantastica, a Forlì c'è la giusta mentalità. Un giorno spero di poter fare l'allenatore”

Ha parlato in esclusiva ai nostri microfoni Emmanuel Cascione, centrocampista classe '83 attualmente in forza al Forlì, nel girone F di Serie D. Il giocatore ex Pescara e Cesena ha voluto ripercorrere tutta la sua carriera sin dalle primissime tappe, a partire dall'esperienze in Inghilterra fino ad arrivare alla salvezza conquistata con il Forlì, passando per le varie promozioni nella massmia serie e soffermandosi su alcune delusioni. Molti sono i personaggi che ha incontrato nella sua esperienza da calciatore, Zeman e Di Francesco su tutti, considerati da lui veri e propri maestri di calcio. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.

Partiamo dalle primissime tappe della tua carriera da calciatore. Ha iniziato nelle giovanili della Fiorentina quando avevi 10/11 anni. Eri poco più di un bambino, ma evidentemente già avevi il sogno di calcare palcoscenici importanti. Che esperienza è stata?

Diciamo che ero indirizzato bene, dato che mio padre era un calciatore. Io non facevo altro che seguirlo e sin da bambino ero sempre con la palla tra i piedi. Sono stato due anni a Firenze, poi ad un certo punto ho provato anche a fare snowboard, tanto che un giorno ho chiamato il mister per dirgli che non sarei più andato al campo. Poi, finita la stagione della neve, ho ricominciato da una squadra vicino casa, il Lido di Camaiore, prima di passare per due anni alla Lucchese. Ma un giorno è arrivata la grande chiamata dall’Inghilterra.

Puoi spiegarci come è arrivata questa occasione? Per un ragazzo di 16 anni andare in una squadra importante come il West Ham è un vero e proprio sogno che diventa realtà.

Un giorno mi ha chiamato il mio procuratore, Moreno Roggi, per chiedermi se volevo fare una prova in Inghilterra. Da un momento all’altro ho preso l’aereo e sono andato. È stata un’esperienza stupenda, a partire dall’arrivo. Appena atterrato, infatti, mi ha portato subito a casa di Di Canio, dato che seguiva anche i suoi interessi. Sono stato con lui tutta la giornata, sono cose che non mi scorderò mai, ero quasi frastornato. In quei giorni la primavera e la seconda squadra stavano partecipando ad un torneo in America, così ho dovuto fare il provino con la prima squadra. C’era gente del calibro di Rio Ferdinand e Carrick, ero quasi intimorito, e invece è stata una settimana strepitosa. Nella partita in cui erano ad osservarmi ho anche fatto un gol da 20 metri sotto l’incrocio, sono quegli attimi in cui ti riesce tutto. 

Quindi hai confermato le alte aspettative che gli inglesi avevano su di te. 

Assolutamente si. La sera ad un certo punto mi ha chiamato il mio procuratore per dirmi che mister Redknapp si era innamorato di me e che dovevo firmare subito. Già il giorno dopo mi proposero il contratto per la stagione successiva. Sono stato con loro fino a fine campionato a fare amichevoli e l’anno dopo ho iniziato ufficialmente la mia avventura inglese.

Ma c’è differenza tra calcio inglese e calcio italiano già a quell’età? 

Assolutamente si, li si fa meno attenzione a tante cose che in Italia vengono viste quasi come un problema. Non badano tanto all’alimentazione, a quello che fai fuori dal campo, a come ti comporti, basta che dai sempre il massimo, quello che succede oltre la partita non importa. Non vedi nessuno che in allenamento si tira indietro, vanno tutti con la mentalità di non mollare e di fare il più possibile. Sinceramente questa esperienza mi ha aiutato molto, ero un ragazzo un po’ troppo tranquillo. Li, invece, ho imparato a non risparmiarmi mai. 

Ad un certo punto perché hai lasciato l’Inghilterra per andare a Pistoia? Avevi nostalgia dell’Italia?

Sono tornato perché ho avuto un grave lutto in famiglia. In ogni caso io soffrivo la lontananza da casa, ero l’unico italiano oltre Di Canio, che però stava con la sua famiglia e non potevo disturbarlo più di tanto. Mi mancavano i miei amici e i miei spazi e, credimi, nell’età dell’adolescenza stare lontano da tutto questo è dura. Diciamo che il lutto mi ha convinto ancora di più a rientrare e, dopo il funerale di mio nonno, ho deciso che non avrei più rimesso piede in Inghilterra. Dopo di che ho fatto una settimana in prova a Pistoia, che all’epoca militava in Serie B, e anche in quel caso è andata decisamente bene. Pur essendo ancora un ragazzino, la settimana dopo aver firmato mi sono ritrovato titolare contro la Salernitana. Diciamo che è stato un esordio col botto.

Comunque in quell’anno non hai trovato troppo spazio, collezionando appena 5 presenze.

Vero, ma per me era un successo già andare in panchina. Non ero mai stato in una prima squadra, era un campionato importante e c’erano giocatori forti in mezzo al campo. In quella stagione siamo retrocessi, ma la qualità di certo non mancava.

In ogni caso nei 3 anni successivi hai fatto piuttosto bene, totalizzando 71 presenze e 5 gol. Possiamo dire che a Pistoia sei maturato come calciatore?

Ti dico la verità. I primi due anni di C ero ancora molto indietro mentalmente, non mi sentivo così pronto per giocare, non avevo la giusta sicurezza. L’ultimo anno però è arrivato Tedino e da li ho iniziato a giocare come volevo. È stata una bella annata.

Quindi è Tedino che ti ha dato quel qualcosa in più che ti mancava?

Diciamo che è stata una mia maturazione personale, perché anche Mazzarri alla fine mi ha dato molta fiducia. 

Mi hai parlato di Mazzarri, anche lui era agli esordi della sua carriera da allenatore. Mi puoi spiegare che personaggio è nello spogliatoio? E soprattutto, già si capiva che avrebbe fatto una grande carriera?

Guarda, ti posso dire che Walter è davvero un grandissimo allenatore, preparto e molto intelligente a livello tattico. È uno che fa giocare bene le squadre, è un vincente, basta vedere come sta facendo adesso a Torino. Con lui acquisisci tanta sicurezza in campo, sai sempre quello che devi fare. È un tipo abbastanza burbero, tosto, non da tanta confidenza, però è una persona eccezionale e rispettata da tutti.

Conclusa l’esperienza con la Pistoiese sei andato a Rimini. Anche li sei riuscito a toglierti qualche bella soddisfazione. 

A Rimini sono arrivato con 3 anni e mezzo di calcio alle spalle, ormai avevo una certa esperienza. Ero carico e mi sono approcciato subito con personalità a quel campionato. Infatti il primo anno, fino alla rottura del crociato, ho fatto una bellissima stagione, giocavo quasi sempre e Acori stravedeva per me. Peccato per quell’infortunio, ma avevo già dimostrato abbondantemente le mie qualità.

Per un ragazzo che si sta confermando ad alti livelli, un infortunio del genere deve essere sicuramente una batosta a livello psicologico. Hai accusato il colpo?

Assolutamente si, quell’infortunio mi ha fatto soffrire abbastanza. Considera che c’erano già delle voci per farmi fare il salto in Serie A. Era la mia ossessione e l’infortunio mi ha tagliato un po’ le gambe. Comunque sono riuscito a fare una buona riabilitazione e l’anno dopo sono arrivato in buone condizioni. 

Tra l’altro a Rimini hai conosciuto un giovanissimo Handanovic.

I ragazzi di quella squadra alla fine sono arrivati tutti in Serie A. C’erano Matri, Moscardelli, Handanovic, Mariani, Barusso. Davvero una formazione fortissima.

In serie A però ci sei arrivato anche tu, dato che l’anno dopo è arrivata la chiamata della Reggina dove hai ritrovato mister Ficcadenti. È stato lui che ti ha voluto?

No, in realtà li mi ha voluto proprio Mazzarri, mi aveva già contattato prima della fine del campionato. Con Ficcadenti non mi ero lasciato benissimo ai tempi della Pistoiese. Cose personali, però c’era ancora qualche attrito, ma entrambi abbiamo messo da parte il rancore. Alla fine ho giocato tutte le partite, abbiamo raggiunto anche la salvezza. Il primo anno sono stato davvero molto bene, anche a livello di ambiente, ma gli altri anni sono stati disastrosi.

Infatti vedo che la stagione successiva ha totalizzato appena 3 presenze. Che è successo?

Qualcuno si è comportato molto male con me. Dopo due partite mi sono strappato il quadricipite e sono stato indisponibile per 4 mesi, non riuscivo a venirne fuori. Una volta che ho recuperato, il nuovo direttore sportivo Martino mi ha messo praticamente fuori rosa senza alcun motivo. Considera che l’anno prima ci eravamo salvati e avevo fatto tutte quelle presenze, era davvero una cosa inspiegabile. Mi è venuto anche da pensare che nei tempi passati c’è stata qualche scaramuccia con mio padre, perché altrimenti non si spiega un simile atteggiamento. Mi allenavo con la squadra ma non venivo considerato, spesso non ero manco tra i convocati.

E non hai pensato di andartene in quel momento?

Ho cercato di andarmene più volte, ma ci sono stati sempre dei problemi. Io in quell’estate avevo firmato un foglio con l’Atalanta, era praticamente cosa fatta. Il giorno dopo però mi hanno detto che c’era stato un intoppo con un giocatore che non voleva venire a Reggio Calabria e quindi sono rimasto li un altro anno. La stagione successiva ho incontrato mister Novellino, che con me è stato davvero molto gentile. Mi ha detto che mi avrebbe messo in difesa giusto per tappare qualche buco nelle partitelle, proprio perché a breve avrei dovuto cambiare squadra. In realtà nelle amichevoli ho sempre fatto bene in quella posizione, così come nella partita di Coppa Italia, tanto che alla fine il mister mi ha chiesto di rimanere e così ho fatto, dopo aver chiesto le giuste garanzie. Comunque sono stato malissimo, è stata un’annata pensate anche in B. 

Tanto che alla fine sei andato a Pescara. Come è nata quella trattativa?

È nata dai buoni rapporti che il mio procuratore aveva con Lucchesi, allora direttore sportivo della squadra abruzzese, anche se all’inizio ero un po’ spaventato dall’idea di andare a giocare con una neopromossa.

Infatti non è una scelta facile quella che hai fatto. Eri nel momento migliore della tua carriera, ambivi alla serie A e avevi le capacità per tornarci. Perché accettare la proposta di una neopromossa in cadetteria?

Era proprio di quello che avevo paura. Non volevo andare in B, specialmente in una squadra che era appena salita ma, dopo l’esperienza negativa dell’anno precedente, ho detto testualmente al mio agente: “La prima squadra che arriva accettala che vado via, sennò smetto di giocare”. E quella squadra è stata proprio il Pescara. Tra l’altro mi sono tolto davvero tanti soldi dallo stipendio pur di andarmene da Reggio, ma alla fine si è rivelata una scelta azzeccata. In Abruzzo c’è un ambiente fantastico, e con mister Di Francesco mi sono trovato subito alla grande. È un ottimo allenatore, così come Zeman, che mi ha allenato nella stagione successiva.

Mi hai parlato di due grandi mister. Di Francesco e Zeman hanno evidentemente due personalità completamente differenti, ma entrambi sono a modo loro maestri di calcio. Che mi puoi dire su questi personaggi?

Io intendo il calcio esattamente come loro, per me sono state due annate fantastiche perché facevo proprio quello che mi piaceva. Anche a livello umano sono due persone stupende, sono davvero due maestri. Zeman tra l’altro non è così burbero come sembra, è una persona simpaticissima. Parla poco ma cerca sempre di fare la battuta quando serve: davvero un grande. A me poi è sempre piaciuto lavorare tanto, quindi sono stato davvero contento quando ho saputo del suo arrivo, anche se il ritiro estivo con lui è una vera e propria esperienza di vita (ride).

Quella squadra però aveva davvero giocatori importanti, Verratti, Insigne e Immobile su tutti. Che ragazzi erano? Dall’ interno avevate l’impressione che avrebbero raggiunto questi livelli?

Di Insigne sinceramente l’ho pensato subito, appena l’ho visto ho capito che aveva qualcosa fuori dal normale. La stessa cosa l’ho pensata anche di Marco Verratti, anche se lui in partita non aveva ancora espresso tutto il suo potenziale, aveva qualche problema legato alla posizione in campo. Di Francesco lo aveva fatto giocare trequartista, nelle ultime partite lo ha provato anche davanti alla difesa ma giocavamo a due, quindi non trovava bene i tempi. Per Marco è stata una fortuna incontrare Zeman, perché con lui è esploso. Gli ha insegnato tantissimo, anche se non lo ha praticamente fatto giocare fino a dicembre. Immobile veniva da un’annata in cui aveva fatto 1-2 gol, non partiva nemmeno titolare perché doveva giocare Maniero, ma dopo il gol all’esordio non si è più fermato.

Quell’anno qual era il vostro obiettivo? Pensavate di vincere il campionato?

Sinceramente all’inizio pensavo che avremmo fatto fatica a salvarci (ride), però dopo 4/5 partite abbiamo capito che eravamo nettamente superiori agli avversari perchè li distruggevamo a livello di gioco e di intensità. Avevamo tanti ragazzi giovani, forse erano anche incoscienti e non si rendevano conto di quello che stavamo per fare. Giocavano per il gusto di giocare e forse questa spensieratezza ci ha aiutati.

Anche tu quell’anno ti sei ricavato uno spazio importante. Hai fatto 39 presenze e 6 gol, possiamo dire che è stata la tua stagione migliore?

Per assurdo è stata la mia prima stagione da mezzala e anche l’ultima, ma è stata la mia annata migliore. Poi nessuno più mi ha fatto giocare in quella posizione, pur avendo fatto benissimo. Ci ha provato Bisoli, ma lui vede le mezzale in maniera differente da Zeman. È stato un po’ il paradosso della mia carriera.

In Serie A cosa non ha funzionato con il Pescara?

Il gruppo. È stato uno spogliatoio in piena confusione, a metà anno avevamo 20 punti, che per una squadra che si deve salvare sono tanta roba. Diciamo che hai il 70% di salvezza in mano. Invece nel girone di ritorno ne abbiamo fatti appena 2 perché c’erano dei problemi tra noi, mancavano completamente le regole. C’era chi non si allenava, chi veniva in ritardo, non c’era più la mentalità giusta. Sicuramente i tanti cambi fatti a gennaio hanno influito molto.

In ogni caso due gol nella massima serie sei riuscito a realizzarli, tra l’altro contro la Juve, non un avversario qualsiasi.

Diciamo che fare un gol in Serie A era il sogno che avevo sin da bambino, figurati farlo a Buffon, tanto che a fine partita sono andato a chiedergli subito la maglia. Segnare ai bianconeri anche al ritorno è stata un’emozione bellissima. Era la prima volta che giocavo allo Stadium e credo di aver fatto il più bel gol della mia carriera.

Finita l’esperienza a Pescara vai a Cesena dove hai vinto un altro campionato. Ci sono differenze con quello di Pescara? Avevate una convinzione diversa?

A Pescara ad un certo punto avevamo maturato la convinzione di poterlo vincere, mentre a Cesena questa convinzione non c’è mai stata. Non ci siamo mai sentiti così forti, però eravamo una squadra tostissima, durissima da battere. Era difficile farci gol, e poi avevamo Marilungo che ha trascinato la squadra insieme a Defrel. Anche a Latina non eravamo favoritissimi, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Che ricordi hai di quella finale al Francioni? Anche perché sei stato proprio tu ad averla chiusa definitivamente con quel rigore al 90°.

Mi ricordo soltanto che tra primo e secondo tempo eravamo distrutti. Avevamo preso gol e non stavamo giocando benissimo. Eravamo tutti molto sconsolati, non c’era più fiducia. Poi un po’ inspiegabilmente loro si sono scoperti, forse perché gli bastava anche l’1-0 per essere promossi, e a noi sono bastati due contropiedi per fare gol. Poi c’è stato il rigore, davvero un momento bellissimo. Segnare un gol promozione a tempo scaduto non capita tutti i giorni.

Che poi è vero che l’estate prima dovevi andare proprio a Latina?

Si, ma sapete troppe cose (ride). Considera che ero a casa e, accendendo sky, leggo “Cascione ufficiale a Latina”, quando in realtà non avevo mai firmato. Di fatto non sarei mai andato a Latina, non per il progetto, dato che era una grandissima squadra, ma perché non volevo allontanarmi troppo da casa. A Pescara ormai avevo finito il mio corso, più lontano non sarei mai voluto andare. Ti racconto un aneddoto simpatico. Alla penultima partita incontrammo proprio il Latina, che vinse 3-1, e la presidentessa a fine gara mi disse: “Te lo avevo detto che dovevi scegliere il nostro progetto”. Dopo il gol al 90° della finale, tornato nello spogliatoio chiesi di farmi chiamare la presidentessa. Non è mai arrivata.

Dopo questa stagione ne hai fatte altre 4 in Romagna, andarle ad analizzare tutte diventa davvero complicato. Quale è stato il tuo ricordo più bello, tolta la finale vinta?

La salvezza dello scorso contro il Parma. È stata la prima volta che, pur stando in panchina, sono riuscito a provare delle emozioni così forti. Quando Moncini ha fatto il gol del 2-1 è venuto giù lo stadio.

La scorsa stagione, però, è stata molto particolare per il Cesena. Dall’interno, avevate l’impressione che sarebbe andata a finire con un fallimento? Come avete vissuto quei momenti?

Noi non ci siamo mai accorti di niente, fino alla fine pensavamo solo alla salvezza, che è arrivata in maniera faticosissima. Siamo anche andati a festeggiare dopo averla raggiunta. Quando è arrivata la notizia, per noi è stata una batosta, soprattutto per quelli più “anziani” come me, anche perché ero fresco di rinnovo. Io alla fine ho scelto di tornare vicino casa, sono stato anche vicino al Vicenza, ma ho deciso di restare in Romagna.

Però puoi spiegarci cosa è successo con il Santarcangelo? Cosa ti ha portato a cambiare aria dopo pochi mesi?

Guarda, è stata un’estate stranissima per me. Come ti ho detto, sono andato a Vicenza, avevo l’accordo e stavo per firmare, ma il giorno dopo sono andato via. Il DS del Cesena mi aveva dato la sua parola che sarei tornato con loro, quindi avevo eliminato tutte le possibilità di andare in C, dove avevo richieste da 3-4 squadre che aspettavano la mia risposta. Oltre al Vicenza avevo la Viterbese, la Casertana e lo stesso Santarcangelo, dato che ancora non si pensava che non ci sarebbero stati più i ripescaggi. Il Cesena poi mi ha fatto un bello scherzetto e non si è concretizzato più nulla. A Santarcangelo mi hanno pagato solo uno stipendio e ho deciso di andare via.

Soffermiamoci un attimo sulla questione relative al tuo ritorno a Cesena. In un’altra intervista hai dichiarato che in società c’era qualcuno che non ti voleva. Loro, con un comunicato, hanno smentito in toto, dicendo che non ti hanno preso solo perché hanno fatto diverse valutazioni tecniche. Qual è la verità?

Spiegami tu che valutazioni tecniche devono fare su un giocatore che dalla B decide di scendere in D. Lo dico anche con un po’ di presunzione, sono uno di quelli che aveva sempre giocato in campionato se non per qualche squalifica. Fisicamente sto bene, vengo da una stagione in cadetteria in cui ho giocato 4 delle partite per la salvezza da titolare, non penso che ci siano tanti problemi a giocare tra i dilettanti. Ma se devi fare un comunicato per rispondere alla mia intervista vuol dire che hai la coda di paglia. Sono schietto, non mi piace fare il diplomatico. Ormai però è un discorso chiuso, la gente sa come è andata.

Siamo in chiusura. A Forlì siete riusciti a raggiungere la salvezza dopo una stagione tra alti e bassi. Che gruppo hai trovato? 

È stata pesante, sinceramente pensavo di andare in D e passare un’annata un po’ più tranquilla e invece è stata difficile. Quando sono arrivato la squadra non veniva da un bel periodo, ma dopo il confronto che abbiamo avuto con mister Campedelli è cambiata molto la mentalità in campo, perché il gioco bene o male c’era. È migliorata la coesione del gruppo e abbiamo fatto tanti risultati, vincendone 4 su 5 sul finale.

Per il futuro? Che progetti hai?

Io ho un altro anno a Forlì, avevo firmato un biennale, anche se il mio sogno, tra qualche anno, è quello di andare ad allenare. Ho già il patentino da allenatore, è una cosa che ho sempre voluto fare e quando smetto cercherò subito una soluzione in questo senso. Non c’è un mister in particolare a cui mi ispiro. Cercherò di prendere qualcosa da tutti gli allenatori che ho conosciuto, perché non c’è nessuno che non mi abbia insegnato qualcosa di importante.