ESCLUSIVA TSD - Carrus: "La salvezza con il Castiadas non è impossibile. Ventura un maestro, Matarrese e Stirpe uomini di altri tempi. Vi racconto la mia carriera e vi svelo il mio futuro"

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23.04.2019 22:05 di Gabriele Rocchi   Vedi letture
ESCLUSIVA TSD - Carrus: "La salvezza con il Castiadas non è impossibile. Ventura un maestro, Matarrese e Stirpe uomini di altri tempi. Vi racconto la mia carriera e vi svelo il mio futuro"

Ha parlato in esclusiva ai nostri microfoni Davide Carrus, attaccante classe '79 attualmente in forza al Castiadas, nel girone G di Serie D. Tanti gli episodi  che ha voluto raccontarci, cercando di ripercorrere in toto la sua carriera, a partire dall'esordio con il Cagliari fino al sogno chiamato Fiorentina. Il tutto, con un ringraziamento particolare a mister Ventura e ai presidenti Stirpe e Matarrese, veri e propri maestri per il suo modo di intendere il calcio. Di seguito riportiamo le sue dichiarazioni.

Iniziamo subito parlando del Castiadas. Dopo un periodo decisamente negativo, nelle ultime due avete vinto contro il Monterosi e pareggiato contro il Cassino. Cosa è successo, avete ritrovato un certo entusiasmo? Adesso la salvezza non sembra così impossibile, anche se dovrete sempre passare dai playout.

Sicuramente in queste ultime due partite ci siamo ritrovati, facendo risultati importanti contro squadre che, sulla carta, erano particolarmente difficili da affrontare. Cercheremo di fare bene anche nelle ultime gare, l’obiettivo è quello di fare i playout in casa e di farci trovare nelle migliori condizioni. Il gruppo è fatto da tanti bravi ragazzi, ma è normale che se i risultati non arrivano tutto l’ambiente un po’ ne risente.

C’è da dire che la società negli ultimi anni sembra avere una grande programmazione. Ti aspettavi la promozione in D dopo solo due anni dal tuo arrivo?

Assolutamente si. In eccellenza l’obiettivo era quello di vincere il campionato e ci siamo riusciti, perdendo solo una partita a stagione finita. Il primo anno invece abbiamo fatto i playoff e ci è andata male, ma come vedi l’intenzione di salire c’era. In Serie D purtroppo abbiamo avuto dei problemi, in generale ci sono stati degli errori, ma non è questo il momento di parlarne. Abbiamo ancora i playout e proveremo a salvarci attraverso quelli. La squadra ha buone individualità, la salvezza è nelle nostre corde, ma a volte serve quell’episodio fortunato che ti fa svoltare la stagione.

Abbiamo parlato della promozione con il Castiadas, ma tu di promozioni ne hai vissute tante. Tra queste una a Cagliari in Serie B, proprio agli albori della tua carriera da calciatore. Mi puoi raccontare come hai vissuto quei momenti? 

Per me è stato un sogno, ero un ragazzino che si allenava con la squadra della propria città. Mi dividevo tra primavera e prima squadra, ho fatto molte panchine con mister Ventura fino ad arrivare all’esordio con il Venezia. Per un ragazzo vincere il campionato, anche senza esserne protagonista, è qualcosa di indescrivibile.

A proposito di Ventura. Negli ultimi anni è stato al centro di molte polemiche, dal fallimento con la Nazionale fino all’avventura negativa con il Chievo. Tu che l’hai conosciuto, come giudichi questo suo momento?

Sinceramente non lo so, personalmente non posso che parlare bene del mister. E’ un vero e proprio maestro di calcio e per me è stato fondamentale, mi ha insegnato davvero tanto. L’ho avuto sia l’anno della promozione che quando sono tornato a Cagliari che avevo 22/23 anni. Ero già più maturo e mi fece giocare con continuità. Dal punto di vista tattico e tecnico prepara benissimo le partite. Sulla Nazionale l’unica cosa che mi viene da dire è che ha bisogno di un contatto quotidiano con i ragazzi, perché dal punto di vista delle conoscenze non gli si può dire nulla. Lo ringrazierò per sempre.

Dopo qualche stagione tra A e B con poche presenze, sei andato a Ferrara a farti le ossa, con ottimi risultati. Possiamo dire che è stato l’anno in cui sei maturato definitivamente?

Ferrara è una città fantastica, a misura d’uomo. Posso dire che sono stato davvero molto bene, anche negli aspetti che riguardano la vita quotidiana. La prima stagione abbiamo fatto un grande campionato. Sono arrivato a gennaio insieme a Pellissier, la squadra era in zona playout e a fine anno siamo riusciti ad arrivare ad un passo dai playoff. L’anno dopo purtroppo ho avuto un brutto infortunio: mi sono fatto male alla caviglia, avevo grandi problemi fisici e sono stato fuori 4 mesi. A 22/23 anni hai voglia di spaccare il mondo, per me è stata una botta incredibile. 

Che personaggio è Pellissier?

Pellissier è un grande professionista, un bravissimo ragazzo con qualità fisiche sopra la media. Posso dire che è un campione, è giusto che abbia fatto questo tipo di carriera. È una persona eccezionale.

Dopo il ritorno a Cagliari e gli anni trascorsi nelle serie minori, finalmente arriva la consacrazione tra i grandi. All'Ancona, che allora militava nella massima serie, fai una prima parte di stagione eccezionale, venendo impiegato da titolare con una certa continuità. 

Si, gli anni in serie C mi sono serviti davvero tanto. Tra l’altro prima di andare ad Ancona ho fatto esperienza anche a Modena, in cui ho giocato con tanta gente di categoria. Non posso che parlare bene di quella società. L’anno in Serie A per me era molto importante, era un’occasione da non perdere, ma dal punto di vista societario c’erano tanti problemi.

Mi spieghi che atmosfera si viveva nello spogliatoio? C’era già la percezione di come sarebbero andate a finire le cose? Tra l’altro, hai scelto di andare via a gennaio, scendendo addirittura di categoria.

Beh, quando non hai più la sicurezza economica, è normale che ti trovi a dover riflettere e prendere delle decisioni, per quello ho scelto di cambiare squadra. Non erano puntuali nei pagamenti e a gennaio arrivarono altri 20 giocatori. Sono quelle situazioni ambigue che non ti fanno stare sereno e noi, dallo spogliatoio, avevamo la percezione che le cose non sarebbero finite bene. Pur essendo un sogno giocare da titolare in Serie A, era diventata una situazione insostenibile. 

In ogni caso a gennaio hai trovato una grande squadra come la Fiorentina. Per i viola era il periodo della rinascita, pensavate che da li a qualche anno si sarebbe fatto qualcosa di importante?

Assolutamente si, quando arriva un’opportunità del genere non stai troppo a guardare la categoria. Poi c’erano già i Della Valle, la società a livello di organizzazione era una cosa impressionante. All’inizio la squadra non fece un campionato tra i più brillanti, ma a gennaio ci fu una sorta di rivoluzione. 

Consentimi un’osservazione. Hai vinto diversi campionati ma spesso, nella successiva sessione di mercato, sei di nuovo sceso di categoria. Sembra quasi una costante della tua carriera ed è successo anche dopo l’avventura a Firenze. Possibile non c’era l’interesse di nessun’altra società di Serie A, magari anche di medio-bassa classifica?

Ahimè hai ragione (ride), però a Firenze mi dissero che per me non c’era più spazio, dato che in una grande piazza serviva gente con un nome importante. Mi hanno messo fuori dal progetto, ho fatto gli ultimi giorni in disparte. Mi voleva il Bari, allora come dirigente c’era Fausto Pari con cui avevo giocato a Modena, e alla fine mi ha convinto lui ad andare. Ti devo confessare che mi hanno fatto un contratto importante per quelli che erano i miei standard, tra l’altro era un quadriennale. C’è da dire, comunque, che anche quella è una grandissima piazza, è stata una scelta che non rinnegherò mai, anche se non era un periodo brillante in termini di risultati. Ci fu una riorganizzazione totale, forse in quegli anni non sono stati investiti tanti soldi come nelle stagioni precedenti o in quelle successive.

E a Bari, che rapporto avevi con il presidente Matarrese?

Lui per me era come un padre, mi voleva davvero molto bene e anche io lo ricordo con grandissimo piacere. Rispetto a Firenze, che in ogni caso ha una grandissima società alle spalle, qui si sentiva davvero tanto il lato umano del presidente. Poi ripeto, Bari è una piazza caldissima, in cui si subiscono davvero tante pressioni. Bisogna avere una certa personalità, ma per un calciatore questo è fonte di stimoli.

Non me ne volere se ti dico che sei l’uomo delle promozioni, ma anche a Bologna ne hai conquistata un’altra. Che campionato è stato?

Altra esperienza bellissima, forse è stata la mia stagione migliore. Ho fatto più di 40 partite e non ho avuto infortuni, che nel corso della carriera mi hanno condizionato tanto. Pensa che a Bari, durante la prima stagione, mi sono fatto male all’ultima partita ed è saltata una trattativa con il Livorno in Serie A. Poi, con la promozione nella massima serie, è successa quasi la stessa cosa di Firenze. Anche li sono arrivati giocatori importanti e mi dissero che non ero più al centro del progetto. Fu una botta davvero importante a livello psicologico, considerando che l’anno prima ero titolare e che l’allenatore era lo stesso. A 29 anni la vedi quasi come l’ultima grande occasione. Ci sono rimasto davvero malissimo, ci eravamo meritati tutti la possibilità di giocare quel campionato.

In ogni caso sei rimasto in rosa fino al mercato di gennaio. Perché non andarsene subito?

Ci avevo pensato, avevamo fatto anche una trattativa con il Parma, poi saltata per la limitazione delle rose. Avevo una bambina di pochi mesi e ho scelto di rimanere, ma sono sceso solo 3 volte in campo solo perché erano indisponibili tutti gli altri.

L'anno dopo hai vissuto l’esperienza del fallimento anche a Mantova. Puoi spiegarmi che atmosfera si viveva e soprattutto, puoi dirmi se c’erano differenze con la situazione di Ancona?

Ti dirò che forse ad Ancona la situazione era ancora più disastrata, mentre a Mantova c’era una certa organizzazione, soprattutto nel primo periodo. Poi però è stato un continuo ricevere promesse mai mantenute, ci hanno detto bugie sopra bugie. Il presidente veniva a dirci che ci avrebbe pagato, ma alla fine si è rivelato tutto un grande bluff. Per non parlare dei calciatori che si sono venduti le partite. 

Ma dall’interno non vi eravate accorti di nulla? Che effetto fa scoprire che compagni di squadra hanno commesso questo tipo di illecito?

Guarda, io non riuscirei nemmeno lontanamente a pensare di vendermi una partita e fare cose del genere, quindi inconsciamente credi che nemmeno i tuoi compagni possano farlo, non vai ad immaginare che gli errori in campo siano voluti. Poi quando scopri che sono state falsate 5 partite, perdi davvero fiducia in tutto. In ogni caso ricordo che personalmente ho fatto un buon campionato, anche se in termini di mercato ho fatto degli errori di valutazione.

Ad esempio? Di cosa ti sei pentito?

Avevo tante richieste, come Pescara e Frosinone, che però a livello economico non mi offrivano quanto stavo prendendo negli ultimi anni e sinceramente con il mio procuratore abbiamo aspettato troppo. Sono arrivato ad ottobre senza squadra e alla fine ho scelto Salerno, anche perché c’era una grande stima reciproca con il direttore. Anche quella è stata un’esperienza bellissima e a livello di tifo sono davvero il top. Purtroppo anche li ho vissuto un altro fallimento, ma rifarei comunque questa scelta.

Però l’anno dopo a Frosinone ci sei andato lo stesso. Tra l’altro hai conosciuto mister Stellone, che è riuscito a conquistare due promozioni consecutive e a portare la squadra alla prima storica apparizione in Serie A.

Si, per me sono stati anni importanti anche se ormai avevo 35 anni. Stellone è una persona brillante e simpatica, un allenatore che sa tenere benissimo il gruppo, che in quel caso era davvero la nostra arma in più. In questo lui è fortissimo, ma anche dal punto di vista calcistico è molto preparato ed ha collaboratori davvero bravi. A Frosinone ho incontrato anche Corini, con cui mi sono trovato altrettanto bene. È un allenatore preparato, amavo il suo modo di allenare e di fare, si vedeva che avrebbe fatto carriera. 

Non hai un piccolo rammarico per non essere rimasto con i ciociari, dato quello che è successo dopo il ritorno in cadetteria?

No. Quel gruppo era pieno di qualità, arrivarono giocatori importanti come Ciofani, Soddimo, ma anche grandi talenti che avevano fatto la Berretti con Stellone, tipo Altobelli, Gori e Paganini. Io avevo una certa età, mi sono immedesimato e ho capito perfettamente le scelte societarie, sono davvero contento del cammino che hanno fatto. Stirpe è un signore, con lui mi sono lasciato bene e in generale ho bellissimi ricordi di Frosinone, era un piacere andare agli allenamenti. Poi lo stadio nella finale Playoff con il Lecce era qualcosa di indescrivibile. Vincere un campionato a 35 anni per me è stato un onore.

L’ultimissima. Ho visto che sei stato convocato dalla Nazionale Sarda, mi puoi spiegare meglio come nasce questo progetto?

È un progetto che aveva Vittorio Sanna, un giornalista sardo che si occupa del Cagliari da moltissimi anni. Era un suo sogno e nell’ultimo anno è riuscito a realizzarla. Noi sardi poi abbiamo un grande senso di appartenenza, siamo molto attaccati alle nostre origini e quando ci allontaniamo abbiamo sempre il “magone”. Per questo per noi è un progetto bellissimo che spero nel tempo riceverà molto successo.

Per il futuro? Hai già dei progetti?  

Guarda, sono 5 o 6 anni che ci penso ma ancora non ho deciso. Ho il patentino da allenatore, vorrei provare questo tipo di avventura. Adesso però penso a finire il campionato, poi vedrò cosa succede. Non è mai facile iniziare, serve trovare la società giusta che decide di darti fiducia. Appena capiterà l’occasione, andrò volentieri.